Cristoph BakerSono triste stasera. E ne ho tutte le ragioni. La tristezza è un sentimento che ciascuno di noi vorrebbe scacciare. Ma ci sono giorni nei quali devi conviverci.
La sensibilità è un dono particolare che ringrazio di aver ricevuto. La sensibilità, però, tocca corde particolari che provocano inquietudine e spesso, specie in presenza della morte; di morti assurde, inspiegabili, un velo di tristezza che ti avvolge.
Come una magia; una delle tante magie che attraversano le persone sensibili e le compensano, mi è capitato tra le mani uno scritto bellissimo di uno dei miei punti di riferimento: Cristoph Baker, con il titolo: "Il diritto alla tristezza".
Mi ha confermato quello che ho assimilato, da tempo, imparando a convivere con tratti di tristezza che si mescolano con la mia serenità e la mia gioia di vivere:
" la tristezza ci libera di arroganza, superbie e false certezze". La lettura mi ha fatto sentire subito meglio, accompagnandomi alla notte, allontanando paure ed ansie.
Ho deciso, così, di inserirlo, proprio stasera, condividendo con voi, come sempre, emozioni e riflessioni. Ed ho voluto precederlo con la recensione di uno dei suoi libri "Ama la terra"...buonanotte! AdoIl diritto alla tristezza di Cristoph Baker
Le spiagge del Gujarat non ospitano villaggi turistici nè stabilimenti balneari. Ad Alang, non vedrai donne in bikini o bambini abbronzati con il secchiello e le palette. Non ci sono ristoranti tipici o bar all'aperto. La sabbia è bianca, ci sono palme, il mare è caldo. Da anni su queste spiagge si smantellano le grandi navi cargo, petroliere, porta container, traghetti, stanche navi da crociera. Ogni mattina, uomini disperati si arrampicano sulle carcasse per tagliare, strappare e rompere tutto quello che può servire per vendere come metallo o ferro all'industria metallurgica dell'India. Sono come formiche questi schiavi senza diritti, senza protezione, senza futuro, che li vedi a volte cadere dalle impalcature rozze che pendono lungo le stive di questi mastodonti del mare venuti a morire quì come pachidermi al cimitero degli elefanti. Cadono, a volte muoiono, ma nessuno ci fa caso, non c'è tempo e non conviene fermarsi. I caporali fanno scavare una buca nella sabbia e ci buttano dentro il corpo senza nome di un disperato in meno.
Un disperato che nessuno rimpiangerà.
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Questa è solo una piccola storia intima senza pretese di universalità. Ma mi permette di riflettere sul senso della tristezza, questa emozione primordiale che troppo spesso soffochiamo per errata educazione e conformismo alla legge del più forte. Come se reprimere la tristezza fosse un atto di coraggio. Come se non piangere fosse un segno di maturità. " Dai, non piangere!" è il ritornello di premurosi genitori o cosiddetti amici, quando invece ci è crollato un pezzo del mondo e che la disperazione ci chiama perentoria. Quando si misura in un attimo l'abisso fra quello che volevamo e quello che invece siamo riuscito ad afferrare.
E dentro di noi, come un torrente grondante, risale l'assurdo della vita che tutto travolge sul passaggio.
Si tratti di un amore andato alla deriva, di una parola sbagliata detta da una persona cara, di un vuoto all'improvviso che si presenta laddove prima c'era calore. Oppure, che ci si imbatti una volta di troppo nella stupidità umana, nelle atrocità che l'uomo può compiere e non sembra ci siano le condizioni per invertire la rotta. Quando un paesaggio mozzafiato viene stuprato dall'ennesimo obbrobrio costruito in nome del progresso e della modernità e degli affari. Quando un figlio non risponde più agli appelli paterni. Quando l'indifferenza intorno a sè diventa assordante, e uno impazzisce per la mancanza di condivisione.
Ci sono tante buone ragioni di essere tristi. Tanti motivi di sentire il peso della condizione umana. Allora questo sentimento profondo e allo stesso tempo così immediato ci avvolge e ci invita a sgomberare il campo di tutte le - troppe - preoccupazioni futili che riempiono la nostra esistenza, a lasciare perdere la smania di controllare le proprie emozioni. L'uomo o la donna triste è un essere che si ferma un pò, che lascia perdere la corsa sfrenata verso chissà quale traguardo, è una persona che si guarda intorno e dentro, che permette alla tempesta di travolgerla, che accetta la propria dannata fragilità e per un lungo momento lascia che sia la vita a dettare l'agenda. E così facendo, si pulisce dentro. La tristezza apre le porte alla purezza.
Se accettiamo la tristezza, se non la reprimiamo, diventiamo anche più ricchi. Comprendiamo meglio il sorriso goffo di un clown, la dolcezza di una sonata per violoncello di Rachmaninov, la bellezza di un Cristo di Rouault, lo struggente Don Quijote di Giacometti, le eteree poesie di Robert Frost, le pagine malinconiche di Sandor Marai...Siamo più vicini alle cose andate storte, alle vite alla deriva, agli amori incompresi, ai pesi che deve portare l'incolpevole, all'uccellino caduto dal nido, al cane randagio che ulula nella notte buia, al grande pino che il vento questa notte ha divelto. Alla montagna che è franata e al ghiacciaio che si sta lentamente sciogliendo.
Quando si è tristi, poi, si è un attimo lontani dalla stupidità umana, dalla ferocia, dalla violenza, dalla sopraffazione, dall'indifferenza. Si può lanciare uno sguardo distaccato su tutte le meschinità e cattiverie che gli uomini si infliggono l'un l'altro. Si riesce a vedere per quel che sono tutte le miserie e angherie che si fanno gli esseri umani. E capire che da quello non c'è niente di buono da trarre. La tristezza ci libera di arroganze e superbie, di false certezze e ridicole sicurezze, di smanie di dominio e di controllo. La tristezza apre le porte alla libertà.
All'umiltà. Alla consapevoleza che siamo tutti vulnerabili, che ci vuole niente per sconfiggerci, per trafiggerci. Che sono tutte balle tutti quegli inviti alla conquista del mondo, all'affermazione del proprio credo, all'avere ragione. E' tutto un bluff. E' tutto una perdita di tempo, di energia e di vita. La vita è da un'altra parte, laddove si smette di pretendere di capire tutto, di controllare ogni cosa, di credere di essere il più forte. Laddove si sta attenti a non calpestare i fiori, laddove si ascolta il silenzio, perchè dal silenzio nasce la musica.
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A volte basta anche un treno che si allontana lentamente dalla stazione e porta via per sempre un amore giunto alla fine.
Allora, la nostalgia e la malinconia ci dicono di conservare i ricordi della tristezza. Ci invitano a riflettere sulle nostre azioni, sul nostro fare, sul nostro vagare in questo mondo. Ci indicano una strada dove saranno la dolcezza, la pazienza, l'empatia, l'ascolto e la condivisione a ridarci forza. Dove non si dovrà più calpestare il prossimo per andare avanti. Nè ridurre l'altro ad una semplice comparsa del proprio arrogante destino.
E quando la tristezza si allontana per lasciare il posto alle altre emozioni che ci accompagnano sul sentiero della vita, rimane in noi un sentimento di tranquillità, di pace, di bello. Lentamente torna il gusto di ripartire, di spalancare di nuovo le finestre del cuore, per fare entrare tutti i colori, i profumi, i sapori e la meraviglia della vita che ci circonda. La tristezza ha fatto pulizia, ci ha ridato forza, e ora ci chiede solamente di non smarrire quel sentimento profondo che abbiamo vissuto nel nostro intimo, di tenerlo stretto a ricordarci sempre che siamo ben poca cosa, e che il vero miracolo è arrivare a domani senza tradirsi.
Bonjour tristesse...Grazie, Cristoph ...